Al via i corsi di matematica e inglese

Hanno preso avvio gli appuntamenti dedicati alla matematica e alle conversazioni in inglese .
‘Grande partecipazione e accoglienza da parte dei nostri concittadini. Giovani, promozione dell’ istruzione e della cultura rappresentano i principali obiettivi della nostra Amministrazione. Siamo impegnati a costruire  progetti che tengano assieme le esigenze delle nuove generazioni e, più in generale, quelle delle loro famiglie che desiderano offrire  ai figli opportunità e strumenti per crescere, studiare e orientarsi per le loro scelte future. Un aiuto e spunti utili a stimolare intelligenze, attitudini e voglia di lavorare in comunità.  Istruzione e formazione continua garantiscono lo sviluppo di un Paese e migliori opportunità per il futuro. Dobbiamo esserne consapevoli e lavorare in questa direzione.
“Da non trascurare  il valore della coesione sociale, così importante in epoca di grandi solitudini,  che, a mio avviso, è di per sé una grande risorsa delle nostre comunità ‘ – afferma il sindaco Raffaella Mariani-  ” Questi progetti rappresentano un modo concreto per aiutare le famiglie e per sperimentare la collaborazione tra insegnanti e volontari che hanno concordato percorsi comuni di conversazioni in lingua inglese e di approfondimento sulla matematica applicata alle scienze, oltre che di aiuto per coloro che vorranno ripassare e superare difficoltà specifiche nei compiti .’

Corso di formazione Immaginare il territorio Introduzione a un’antropologia delle tradizioni narrative

Sono aperte le iscrizioni al corso di formazione Immaginare il territorio – Introduzione a un’antropologia delle tradizioni narrative, condotto dal ricercatore Simone Fagioli, che si svolgerà il 22 e 29 febbraio e 7 marzo p.v., dalle 9 alle 13, presso il Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico di Piazza al Serchio.  Il corso è rivolto a docenti, guide museali, operatori culturali e studenti universitari e costituisce una delle tappe previste dall’azione Un Museo per “immaginare” il territorio, progetto approvato con D.D.R. 19683/19 con il contributo di Regione Toscana, ideato e organizzato dall’Associazione La Giubba in collaborazione con il Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico, con il fine di potenziare la ricerca, la sistematizzazione e la diffusione dei materiali relativi all’immaginario folklorico.

Il costo del corso è di 20 euro da versare al primo incontro,

iscrizioni on line https:// bit.ly/immaginare-museo (termine ultimo: 20 febbraio 2020);

per informazioni telefonare al 351 9527312, oppure scrivere a info@museoimmaginario.net

Comunicato stampa

Presentazione del corso

moduli delle lezioni

10 FEBBRAIO 2020- GIORNO DEL RICORDO

“Mentre sul territorio italiano, in larga parte, la conclusione del conflitto contro i nazifascisti sanciva la fine dell’oppressione e il graduale ritorno alla libertà e alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva gli Italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave”. Con queste parole il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato le vittime delle foibe.

Ogni 10 febbraio in Italia si celebra il Giorno del Ricordo. Una giornata in memoria “delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano – dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”, come recita la legge 30 marzo 2004, n.92, approvata 16 anni fa dal Parlamento a larga maggioranza, su proposta del deputato triestino Roberto Menia.

Il contesto storico

Cavità naturali profonde usate come trappole mortali senza via d’uscita. Persone che venivano gettate vive o morte in gole profonde. Tra il 1943 e il 1947 si calcola che almeno diecimila italiani vennero inghiottiti nelle foibe, cavità tipiche della regione del Carso, altopiano roccioso che si estende tra il Friuli Venezia Giulia, la Slovenia e la Croazia. Il terribile eccidio venne compiuto dai partigiani del maresciallo Tito. Il comandante iugoslavo filo sovietico voleva eliminare la presenza italiana in Istria e Dalmazia.

Le ragioni di questa efferata violenza sono da ricercare nel fatto che i partigiani jugoslavi volevano vendicarsi del fascismo e dei fascisti. Dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino all’armistizio dell’8 settembre 1943 il governo di Roma aveva amministrato duramente le zone dell’Istria e della Dalmazia, abitate non soltanto da italiani, ma anche da popolazioni slovene e croate. Queste popolazioni furono oggetto di un’italianizzazione forzata da parte dei fascisti e di una serie di deportazioni nei lager nazisti.

Da qui il desiderio di vendetta da parte di Tito. Una vendetta che colpì indistintamente tutti gli italiani, senza alcuna differenza tra fascisti e antifascisti.

Il maresciallo jugoslavo – salito al potere nel 1945 – occupò Trieste con il suo esercito. Era il 1 maggio 1945. Nel giro di due mesi gli italiani che vivevano in Istria, in Dalmazia e nella città di Fiume furono costretti ad abbandonare tutto e a fuggire.  Chi non lo fece venne ucciso dall’esercito di Tito e gettato nelle foibe o deportato nei campi di concentramento in Slovenia e in Croazia.

Il massacro delle foibe

I primi a finire nelle foibe nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardia di finanza, nonché militari fascisti della Repubblica Sociale Italiana di Salò (RSI) e collaborazionisti.

I condannati venivano legati l’un l’altro con un fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui cadaveri dei loro compagni,

Si calcola che soltanto nella zona triestina almeno tremila persone vennero gettate nella foiba di Basovizza – oggi monumento nazionale e luogo di visite in occasione del 10 febbraio.

Perché il 10 febbraio

 Il 10 febbraio 1947 veniva firmato un trattato di pace – il trattato di Parigi – con cui venivano assegnate alla Jugoslavia città e terre italiane. Escludendo il “territorio libero di Trieste”, suddiviso in una zona A affidata al governo alleato e in una zona B gestita dalla Jugoslavia, le città costiere dell’Istria – è il caso di Fiume – finirono nelle mani del maresciallo Tito.

Il trattato provocò esodi di massa della popolazione italiana. La città istriana di Pola, abitata perlopiù da italiani, si svuotò in pochi mesi: 28mila persone su 30 mila se ne andarono. In trent’anni – fino alla firma del trattato di Osimo (1975) – si stima che trecentomila italiani emigrarono.

 Riccardo Pieroni

 

 

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